lunedì 14 settembre 2009

Esperienza parallela


Partimmo un lunedì in direzione sud, cantava Piero Pelù, noi ci adeguiamo e intraprendiamo un viaggio lungo la penisola, cullati dall’Adriatico e accolti dallo Ionio quando ormai il sole non c’è più da un pezzo. Milleduecentochilometri si possono fare in tanti modi. L’abbiamo scoperto al Centro di Accoglienza Sant’Anna di Isola di Capo Rizzuto, Crotone, Calabria. Solitamente la direzione nord-sud è più facile della “sud-nord”, voglio dire, la strada è la stessa, la lunghezza anche, cambia la prospettiva, cambia lo stato d’animo, cambiano le motivazioni. Quasi sempre la prima ha un'andata ed un ritorno, la seconda invece ha quasi sempre solo un’andata.
A Crotone ci aspettano delle suore pazzerelle molto simpatiche e gentili, Suor Michela e Suor Caterina, Suore della Divina Volontà che operano a Crotone da diversi anni promuovendo e gestendo vari servizi a favore dei minori, delle giovani donne e delle famiglie.Per la notte ci sistemiamo su dei materassi con reti particolarmente rigide, infatti dormiamo per terra.A prima vista il quartiere in cui viviamo dà un'impressione abbastanza triste, il caldo è umido e il mare che ci aspetta per la sera non si vede ancora. Nel pomeriggio andremo per la prima volta al “Centro Accoglienza”, siamo tutti impazienti di affrontare questa nuova esperienza che ognuno di noi vivrà a suo modo.
Entrare nel CA di Crotone con il nostro passo tranquillo, le nostre belle facce pulite, la pancia piena, le nostre t-shirt e le scarpe modaiole è stato il vero inizio del nostro viaggio; ancora una volta ci siamo sentiti ingiustificabilmente privilegiati fra quell’umanità così ingiustamente discriminata.
Oltrepassare quel cancello, con il nostro pass firmato dalla prefettura, ci ha permesso di abbandonare tutto, di lasciare nel nostro pulmino le nostre false certezze e i nostri naturali pregiudizi e affrontare quegli occhi che raccontano storie e sofferenze come gli occhi di persone, ne clandestini, ne rifugiati ne criminali, ne stranieri, solo persone.
Il campo è un “non luogo”, il tempo è sospeso, scandito da giornate senza capo ne coda in un susseguirsi di code, attese, richieste ai vari uffici. Abbiamo conosciuto Abdil, ragazzo afghano, scappato dal proprio paese e dai taliban. Abbiamo conosciuto un ragazzo eritreo fuggito dalla guerra attraverso il Sudan e la Libia. Abbiamo ascoltato. Sembra strano ma è stata la cosa più importante che abbiamo fatto durante questa settimana. Ascoltato le storie personali, i sogni di riscatto, gli sfoghi isterici e disperati. Abbiamo avvertito, tutti, che quello era ciò di cui avevano bisogno, parlare ed essere ascoltati.
Le storie alla fine si assomigliano molto visto che la violenza e la povertà sono le ragioni principali che determinano la fuga. Ottenere lo status di rifugiato dà una possibilità e occorrerebbe capire che non sono questi i clandestini dei quali aver paura.
I giorni sono corsi via velocemente, avremmo voluto fermarli quando ci siamo resi conto che ormai entravamo nel campo da soli, ci riconoscevano, ci cercavano.Noi ormai ci sentivamo parte di loro e questo è stato finalmente l’approdo del nostro viaggio.(Francesco Menegotto)