Come si possono dimenticare le mutilazioni dell’anima?Questa è la domanda che spesso mi sono posto durante un anno di volontariato a Cucuta in Colombia.
Sono uno psicologo di cinquant’anni e per molti anni ho lavorato a Roma presso un Centro di neuropsichiatria infantile. Da qualche anno avevo il desiderio di dedicare la mia vita e la mia esperienza in un paese in via di sviluppo. Così ho conosciuto l’ASCS, l’Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione allo Sviluppo che da anni si occupa di formare e inviare volontari in varie parti del mondo. Grazie a questa associazione sono partito in Colombia per sei mesi che poi, miracolosamente, sono diventati un anno.
Lì ho incontrato i bambini, tanti, vivaci, chiassosi, teneri, impertinenti.
Alle scuole dei padri scalabriniani afferiscono circa 3500 bambini, ma sono tanti di più quelli che vivono nei barrios della missione. Ho lavorato nelle ludicas della cooperativa Coopejubasca. La Coopejubasca (Cooperativa en Educaciòn Juan Bautista Scalabrini) e’ nata su iniziativa dei missionari scalabriniani per accogliere i migranti diretti dalla Colombia al Venezuela e gestisce dei servizi quali istituti scolastici, mense, centro di migrazione , chiese e ludicas. Le ludicas sono dei doposcuola dove i bambini sono aiutati a fare i compiti o a fare attività pratiche e di gioco.
I bambini, sono bambini innanzitutto e vivono la realtà in un modo tutto loro, sorprendente, affascinante, a volte anche incomprensibile. Per certi versi non ci sono differenze tra i bambini di Roma, Milano, Parigi o Cucuta appunto. Per altri, le condizioni sociali e psicologiche di quel paese dilatano, ingigantiscono, distorcono dinamiche infantili, altrimenti normali.
Questi bambini sono i bambini desplazados.
La Colombia è uno dei Paesi al mondo, dove maggiore è la presenza di Desplazados. I desplazados sono vittime della guerra e dei suoi devastanti effetti collaterali. Persone che si sono viste costrette, a lasciare la loro terra, le loro case, le loro speranze, il loro futuro. I bambini desplazados (più del 50% del totale della popolazione desplazada) sono una popolazione ad “alto rischio” per ciò che riguarda la salute psicologica e fisica in quanto vivono in condizioni precarie, in alloggi fatiscenti e spesso non hanno accesso ad un’istruzione adeguata. Molti di questi bambini sono orfani almeno di un genitore o hanno subito una separazione forzata dagli stessi, hanno visto le loro case distrutte e la famiglia disgregata; spesso sono stati trasferiti da una realtà e cultura contadina a quella cittadina; alcuni hanno subito forme di abuso fisico e psicologico. Sono bambini cha hanno bisogno di tutto, ma soprattutto di amore.
Molti di questi bambini non hanno uno sviluppo psicofisico adeguato. Pur presentando ampie differenze, in conformità al proprio stadio di sviluppo, presentano spesso sintomi e comportamenti disfunzionali quali: comportamenti aggressivi ed autolesivi, fobie, disturbi del comportamento alimentare, disturbi del sonno, difficoltà relazionali, basso livello di autostima, deficit di attenzione, disturbi psicosomatici.
Questo stato di parziale abbandono fa sì che i bambini vivano spesso senza un controllo adeguato il che si traduce talvolta in comportamenti devianti, delinquenziali, o in comportamenti sessuali precoci che spesso hanno un effetto negativo sulla identità del bambino/a e del ragazzo/a. Molti bambini non sanno quando e dove sono nati e presentano una visione alterata del tempo e nello spazio. Per quanto riguarda la socializzazione, i bambini hanno difficoltà a lavorare in equipe, cioè tutti insieme per raggiungere un obbiettivo. I rapporti tra pari sono spesso improntati secondo la “legge del più forte”. I bambini individualmente hanno molte inibizioni e molte difficoltà ad esprimere la propria personalità, creatività e capacità decisionale.
Durante la mia esperienza mi sono spesso interrogato su ciò che succede ai bambini così deprivati.
Questi bambini sono stati sottoposti a molti traumi e spesso questo stato di cose conduce a una difficoltà nella costruzione della propria identità, cioè una difficoltà nella creazione di un’immagine stabile di sè con un passato, un presente ed un futuro. Altro problema è la carenza di autostima : questi bambini non hanno fiducia nelle proprie capacita e non pensano di poter incidere sul loro futuro.
In genere e’ compito dei genitori di favorire lo sviluppo dell’autostima del bambino. La funzione principale dei genitori sarebbe quella di fornire al bambino una base sicura: farlo sentire visto e protetto e quindi di favorirne lo sviluppo psicologico in modo armonioso. La funzione di base sicura verrà poi col tempo interiorizzata dai bambini che saranno poi con il tempo capaci di autoconsolarsi e di autoproteggersi.
Ma purtroppo nelle famiglie dei desplazados la funzione genitoriale e’ spesso assente o perlomeno molto ridotta. I padri non ci sono e le madri hanno troppi bambini da accudire: cinque, sette, dieci. O più semplicemente nessuno ha insegnato a loro come essere genitori.Quando ci sono stati dei problemi nella costruzione dell’identità e dell’autostima possono verificarsi molti problemi che hanno a che fare con la costruzione del pensiero che vanno da situazioni meno gravi, quali difficoltà, di apprendimento, di concentrazione, di attenzione a più gravi, come comportamenti delinquenziali o processi dissociativi. A osservare questi bambini cosi vivaci e svegli nelle loro attività di gioco sembra impossibile che, per la maggior parte di loro, sia così difficile compiere operazioni mentali semplici come quelle richieste dai compiti scolastici.
Questi bambini hanno un’enorme fame d’affetto e la manifestano con la ricerca esasperata del contatto, fisico, psicologico, ma anche con le continue provocazioni. In loro non c’e’ posto per la rappresentazione di concetti quali l’empatia, l’accoglienza, la giusta distanza. Il loro è un amore immediato, aggressivo, a volte disperato.Questi bambini tendono ad agire, piuttosto che ad esprimere verbalmente sentimenti quali la rabbia, la distruttività. Non sanno esprimere verbalmente le emozioni o gli stati d’animo, nessuno glielo ha insegnato. L’unico modo che hanno di esprimere le emozioni e’, semplicemente, agirle. Parlare, scrivere, disegnare sono i metodi che l’uomo utilizza per controllare le proprie emozioni, ma anche per trasformarle. Ma in questi bambini non c’e’ questa capacità. Così le emozioni negative, ma anche positive spesso vengono espresse in modo impulsivo a volte diventano solo rabbia, o paura, o rifiuto, verso il mondo intero.
Cosa fare per aiutare questi bambini? Cosa fare per accrescere la loro autostima o per dargli un senso di stabilità alla loro esperienza di vita?
Giocare a braccio di ferro, a volte può soltanto servire ad irritarli di più, o perché non capiscono quello che vogliamo, o perché sentono che quello che noi vogliamo da loro è per loro addirittura inimmaginabile, impensabile. Ad esempio molti bambini rifiutano l’idea di scrivere o di disegnare, semplicemente perchè la vedono un’esperienza più grande di loro.
L’unica strada e’ mettersi in gioco, fare le cose con loro, assieme a loro, in modo da far nascere dentro di loro la consapevolezza che quella cosa si può fare, che non ci sono cose definitive, che è possibile cambiare.
Allora non bisogna farli disegnare, scrivere, o risolvere i problemi, ma disegnare con loro, scrivere con loro e risolvere, con loro, i problemi.
Alla ricetta aggiungerei molta pazienza e tanto amore.
Questi bambini mettono continuamente alla prova. Hanno subito molti danni dagli adulti e la loro fiducia va conquistata con il tempo. Bisogna stimolarli, ma nemmeno pretendere l’impossibile. Non si può infatti prendere coscienza di ciò che ancora non si è.
L’aggressività di per sé è un’energia vitale, positiva che serve per crescere. Ma se non c’è una mente capace di metabolizzarla sfugge, e diventa aggressività distruttiva. Allora staremo al loro fianco per cercare, insieme, di dare un corso a tutta questa energia.
Ma se noi sappiamo ascoltare, i bambini ci sapranno indicare la strada giusta. Se noi avremo pazienza, i bambini avranno pazienza con noi. E se metteremo un po’ di amore nel nostro lavoro, i bambini ce ne daranno molto di più.
Stare con loro vuol dire sognare con loro, oppure creare dei sogni nuovi, più belli. E partendo dai loro sogni si potrà, un giorno, trasformare la loro vita, ma anche la nostra.
(di Leonardo Contreras)
2 commenti:
grazie leo...molto interessante
Ciao Enrica, ciao ASCS tutta,
GRAZIE... grazie di cuore per voler condividere anche con i volontari che ancora non possono partire (come me...) l'evolversi delle missioni, l'esperienza e le emozioni di coloro che ogni giorno lottano per regalare un po' di serenità a chi l' ha persa o non l' ha mai avuta...
Leggere la lettera di Leonardo, con tutte le differenze del caso, ha fatto riaffiorare in me i ricordi di quasi 2 anni passati a lavorare con i bimbi di una casa-famiglia della mia provincia...
Le similitudi comportamentali sono impressionanti...la rabbia e l'aggressività che mai penseresti possano appartenere ed essere contenute in cuori così piccoli ed indifesi...la convinzione che tutto sia finito già prima di iniziare...l'assenza di speranza...
Continuate ad inondarci di lettere come questa...fateci partecipi di ogni piccolo passo...non importa se in avanti o in dietro...abbiamo bisogno di conoscenza e di formazione...ho bisogno di conoscenza e formazione ...con ogni mezzo...
Un grande abbraccio,
Paola Vergine (Carmiano-Lecce,corso 2007/2008 Siponto)
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